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Basta aggressioni a chi lavora con il pubblico! 

La CGIL di Roma e del Lazio si appresta a chiedere alla Regione Lazio l’adozione di linee – guida per combattere l’intollerabile fenomeno delle aggressioni verso chi lavoro con il pubblico

  • Il fenomeno della violenza fisica e verbale verso chi lavora per tutti noi

Non passa giorno che non si abbia notizia di personale pubblico o privato, che subisce aggressioni nel suo lavoro con il pubblico per fornire servizi, assistenza o cura: personale sanitario e sociosanitario, polizia municipale, personale dei mezzi pubblici, insegnanti, chi lavora nel commercio o nell’assistenza tecnica alle utenze,  per citare i casi più eclatanti.

  • Una campagna per dire Stop alle aggressioni

La CGIL di Roma e del Lazio intende lanciare una campagna per contrastare il fenomeno delle aggressioni alle lavoratrici e lavoratori che operano a contatto con il pubblico. Questa campagna è nelle nostre intenzioni destinata a convertirsi in una vera e propria vertenza verso interlocutori cui va ascritto un ruolo di preminente responsabilità, si tratti della Regione, dei Comuni, delle municipalizzate o quant’altro. Partiamo con delle linee guida che la Regione deve adottare nel comparto sanitario. Poi si proseguirà con gli altri settori.

  • Cosa intendiamo per “aggressione” sul lavoro?

l’Organizzazione Internazionale del Lavoro dell’ONU (ILO) e l’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro (EU-OSHA) danno questa definizione:  “qualsiasi azione che si manifesti in forma di aggressione fisica, verbale, psicologica o comportamento minaccioso e incivile, che si discosti da una condotta ragionevole, in cui  una persona viene aggredita, minacciata, danneggiata, ferita, insultata, tale da metterne a repentaglio salute, sicurezza, tranquillità e benessere nel corso o come diretta conseguenza del suo lavoro”. E questa definizione pensiamo possa andare bene per tutti i settori.

  • Ma quante sono le aggressioni? Come misuriamo il fenomeno?

Questo è un aspetto più complesso: anche se è evidente che occorre concepire un sistema di rilevazione per tutti i settori, al momento, anche se non è completo e omogeneo, il dato che abbiamo è quello del comparto sanitario e sociosanitario.

  • Le aggressioni a medici, infermieri e personale di cura e assistenza nel Lazio

Nel 2020 con la legge n. 113 (“Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni”) è stato costituito l’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e Socio-sanitarie (ONSEPS), che come primo compito ha proprio quello di misurare il fenomeno in questo comparto. Si tratta di rilevazioni fatte al personale che risponde volontariamente (quindi il fenomeno potrebbe essere sottorappresentato). 

Nel 2023 nel Lazio ONSEPS rileva 805 episodi di violenza, che hanno coinvolto 1.219 persone, delle quali il 57% personale infermieristico e il 18% personale medico (la differenza è dato non rilevato).

2023variazione su 2022
Atti di violenza 805+ 45%
Operatori coinvolti1.219+65,4%
Di cui donne65,5%+ 46%
Di cui uomini32,0% –  39%
ND2,5%

(Fonte: ONSEPS 2023)

Circa l’88% delle aggressioni avviene durante i giorni feriali e il 12% in quelli festivi ; il 45.7% durante il turno mattutino, il 33,4% pomeridiano e il 20,8% di notte. La netta prevalenza si ha nel Pronto Soccorso (quasi il 40% degli episodi rispetto al 34% del 2022). L’aggressione è prevalentemente verbale (circa il 67%) rispetto a quella fisica (28,2%) e l’aggressore tipo è prevalentemente l’utente/paziente (oltre il 67%) e il  parente (23,2%)

  • Le conseguenze 

Le aggressioni, anche solo verbali o anche solo potenziali, esprimibili attraverso atteggiamenti ostili, sono episodi che impediscono a chi opera per la salute collettiva di avere la serenità necessaria per svolgere il fondamentale e delicato lavoro cui sono preposti, esponendosi al rischio di errori.

In un periodo in cui l’intero sistema sanitario è sottoposto a criticità senza precedenti, è inaccettabile che coloro che dedicano la lorovita alla cura e alla salute dei cittadini siano vittime di minacce e aggressioni. Se a questo uniamo condizioni di lavoro e basse retribuzioni, non è infrequente che gli operatori siano spinti ad evitare l’attività di pronto soccorso se non ad abbandonare tout courtla Sanità pubblica. 

  • Quali misure vengono prese e quali occorre prendere

Perché l’utenza (pazienti, familiari, utenti), matura una progressiva ostilità nei confronti del personale preposto? È esperienza diretta di ognuno di noi: liste di attesa eterne per fare un esame, tempi di attesa in un pronto soccorso decadente, inospitale e affollato, mancanza di risposte dopo ore di attesa di un responso medico. Solo per citare alcuni dei fattori

Il personale sanitario è già gravato dalla carenza di organico, fatto che si traduce in superlavoro e stress: ne deriva la riduzione della cura in senso stretto e del “tempo di relazione”, con il paziente e con i suoi familiari, che è anch’esso tempo di cura (e a nessuno o nessuna piace l’assenza di informazioni se si tratta di salute). 

Se a questo aggiungiamo l’aumento della caduta di attenzione dovuta allo stress lavoro correlato (come si fa a “reggere” con ritmi infernali, turni infiniti e l’ostilità crescente delle persone che hai in cura e dei loro familiari?) e il possibile rischio di commettere errori in un lavoro che non può ammetterli perché abbiamo a che fare con la salute delle persone, la miscela diventa esplosiva.

Riteniamo che la risposta securitaria data dal Governo e dalla Regione Lazio, tutta sulla repressione del fenomeno aggressioni, senza un’adeguata riflessione sul tema degli investimenti, dell’aumento del personale e dei servizi, dell’ammodernamento e adeguamento degli spazi, la formazione di personale specializzato e dedicato alla comunicazione con i cittadini/pazienti sia parziale e inadeguata, giusto perseguire chi si permette comportamenti aggressivi e inadeguati arrivando addirittura a commettere violenza nei confronti di lavoratori e professionisti che stanno eseguendo un servizio pubblico primario come la salute ma dinanzi a questo fenomeno se la prima misura cui si pensa di ricorrere è quella di taglio difensivo o  “securitario”: aumento della vigilanza, aumento delle infrastrutture di contenimento e protezione (gabbiotti, cancelli, vetri infrangibili, pulsanti di emergenza, bodycam, ecc.), non ci siamo!. 

La strada giusta è un’altra.

CGIL insiste: si tratta di ragionare in termini di prevenzione, passando per due strade:

  1. La violenza è inaccettabile, senza se e senza ma: è però necessario interrogarsi sul perché dei fenomeni di aggressione e intervenire per depotenziarli alla fonte,investendo in provvedimenti strutturali e organizzativi (assunzione di nuovo personale, investimenti in infrastrutture e organizzazione del lavoro etc.).
  2. supportando il personale, sia mettendolo nelle migliori condizioni per operare, fornendogli dotazioni adeguate, formandolo nella comunicazione e nella gestione delle situazioni complesse (e rischiose), supportandolo con percorsi di sostegno e recupero (formazione alla resilienza), aumentandone la retribuzione e il riconoscimento della professionalità.

Ecco l’importanza di linee guida da adottare al più presto (altre regioni si stanno predisponendo in tal senso): la Regione deve assumere un più deciso ruolo di dirigenza e coordinamento verso i territori e le ASL come agenti di presidio, monitoraggio e intervento diretto e costante nel territorio, sia nelle strutture sanitarie di loro pertinenza, sia nella erogazione dei servizi alla salute dei quali la cittadinanza ha bisogno e dei quali tutte e tutti abbiamo diritto. 

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