In Italia “le retribuzioni reali sono più basse del 1990. In Francia e Germania sono cresciute di oltre il 30 per cento, in Spagna del 12,9, nel Regno Unito del 48,4, Paesi che come il nostro hanno attraversato le stesse crisi. La fotografia dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio è implacabile e conferma quanto sosteniamo da tempo ma avere ragione non è motivo di soddisfazione, tutt’altro”. Lo scrive su Facebook il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio, Natale Di Cola.
“Nel settore privato, tra il 1990 e il 2026, la retribuzione media si è ridotta del 6,6 per cento e i redditi più bassi hanno perso più del 40 per cento in termini reali – prosegue Di Cola -. Nel Lazio il declino dei salari è anche più accentuato, come ci ricorda Banca d’Italia. Nel mentre tra il 1990 e 2018 il Pil reale per ora lavorata era cresciuto del 18,4 per cento. Quello che è accaduto in questi anni e continua ad accadere è che una quota sempre maggiore ricchezza prodotta dalle lavoratrici e dai lavoratori non viene redistribuita ai salari ma nella rendita finanziaria, negli utili distribuiti agli azionisti, nelle retribuzioni monstre di dirigenti e top management che continuano a crescere mentre operai e impiegati restano fermi al palo o arretrano. Che le cose debbano andare così non è scritto nella pietra ma è una scelta politica su chi debba pagare il conto della stagnazione, ossia chi per vivere deve lavorare. Quella ricchezza, che c’è, va restituita a chi l’ha prodotta aumentando i salari e cambiando la struttura del fisco che non può più trattare come residuali le tante forme di rendita. La rendita va tassata molto di più del lavoro per avere quelle risorse necessarie a combattere le disuguaglianze e difendere il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni”.
Di Cola sottolinea che “per riuscirci ci vuole la volontà politica di farlo e questo governo sappiamo che non ce l’ha ma non ci si può arrendere all’esistente, continueremo a mobilitarci e a proporre soluzioni, anche nei territori, dal basso. Il salario è frutto delle mobilitazioni per rinnovare i contratti collettivi, delle scelte dei governi nazionali sulle politiche fiscali, ma anche delle scelte delle amministrazioni locali. Il potere d’acquisto del proprio salario cambia se nella città si cui si vive ci sono servizi pubblici in quantità e di qualità oppure no, se c’è un freno alla speculazione sugli affitti oppure no, se c’è un’alternativa pubblica al mercato oppure no. Per questo pensiamo che a Roma serva una Conferenza cittadina sul salario, promossa dalle istituzioni, pubblica e aperta, che nel 2026 e nel 2027 rimetta al centro dell’agenda politica della Capitale la questione salariale ed occuparsi di chi per vivere deve lavorare”, conclude Di Cola.
