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Chi pulisce la città, chi sporca i diritti


L’ennesima perdita umana sul fronte del lavoro nel settore dell’igiene ambientale. A cura di Elisa Mastroianni – Segretaria CGIL della Camera del Lavoro di Sud Pomezia Castelli

Il 12 giugno un padre non è tornato a casa. Non è tornato da sua figlia, dalla sua famiglia. Non è tornato dai colleghi a fine turno. È morto mentre lavorava, schiacciato da un mezzo della raccolta differenziata carico di vetro, su quella stessa strada che ogni giorno percorreva per garantire un servizio pubblico essenziale. E oggi, di fronte a questa ennesima morte, non possiamo limitarci al dolore o alla costernazione. Non possiamo più fingere che ogni tragedia sia una fatalità. Non lo è. Nel nostro territorio, negli ultimi anni, quattro lavoratori del settore dell’igiene ambientale sono morti nello stesso modo. E ce ne sono stati altri, in tutto il Paese, in condizioni simili. È la conseguenza di un sistema che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a spremere ogni energia fino all’osso.

Perché c’è una cosa che viene sempre dopo. Sempre dopo gli impianti, i profitti, dopo i piani industriali, dopo qualsiasi cosa: la vita dei lavoratori le condizioni di lavoro di chi i rifiuti li raccoglie davvero. E invece dovrebbe venire prima. Perché prima dei numeri, prima delle percentuali di raccolta differenziata, prima di tutto, ci sono le persone. Persone che ogni giorno, all’alba, escono da casa per garantire un servizio pubblico essenziale: l’igiene ambientale. Ma cosa è diventato oggi questo lavoro?

Fino a pochi anni fa la raccolta era meccanizzata: due operatori e un autista, cassonetti stradali. Oggi, quasi ovunque, è stato adottato il modello porta a porta. Una scelta che, sulla carta, migliora la differenziata, ma nella realtà ha scaricato tutto il peso fisico e organizzativo sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori.

Basta prendere i bandi di gara per rendersi conto di come si è arrivati a questo punto: gli appalti sono scritti per costare poco, non per garantire sicurezza, servizi di qualità, legalità. 

Capitolati poveri, organici ridotti all’osso. Un sistema che ha trasformato un lavoro usurante in un lavoro impossibile e che ha reso ordinaria la figura dell’operatore unico: un solo lavoratore un solo lavoratore a raccogliere rifiuti su intere aree urbane. 400, 500, 1000 utenze da solo. A camminare per ore sotto il sole o sotto la pioggia, a sollevare carichi pesanti, a trascinare bidoni da 1100 litri, spesso in mezzo al traffico, oppure in zone desolate, senza nessuno accanto. Un’organizzazione del lavoro che non tiene conto della sicurezza, né della fatica, né della salute fisica e mentale.

E le aziende partecipano alle gare d’appalto in un mercato drogato dal ribasso. Accettano condizioni insostenibili pur di non essere tagliate fuori.
Chi non taglia i costi sul personale, sui mezzi, sui tempi, semplicemente non riesce a competere: e così, si accettano numeri sottostimati, si comprimono gli organici, si sottoscrivono contratti che non si è realmente in grado di sostenere in sicurezza. E si scarica tutto su chi lavora. E il pubblico che sa a quali condizioni ha affidato la gara, sembra smettere di controllare!

È così che un modello organizzativo pensato male è diventato prassi. È così che un mestiere già duro si è trasformato in un’attività solitaria, logorante, pericolosa. 

In queste condizioni il rischio non è un’eventualità: è quotidianità. E in mezzo a tutto questo, ci sono amministrazioni locali che continuano a pretendere di più. Chiedono pulizie straordinarie, interventi urgenti, svuotamenti fuori contratto, senza personale aggiuntivo e senza riconoscere nulla in più rispetto al progetto iniziale. 

Tutto deve essere fatto subito, comunque, a qualunque costo. Ma il costo, alla fine, lo paga sempre lo stesso: chi lavora. E mentre si chiede di fare sempre di più, si continua a tagliare tutto il resto. Per non perdere l’affidamento. Per non andare fuori mercato. Le dotazioni di sicurezza non sono sempre garantite, i mezzi spesso non sono sufficienti, la formazione è ridotta all’essenziale, la prevenzione reale è quasi assente. I “quasi incidenti”, quelli che si sfiorano ogni giorno e che solo per caso non si trasformano in tragedia, spesso non vengono neanche registrati. E intanto, il fenomeno dell’evasione TARI – che in molte zone supera il 30 o 40% – svuota i bilanci e compromette ulteriormente la tenuta del sistema.

E poi ci sono loro, i lavoratori stagionali, i neoassunti, i precari. Spesso vengono assunti senza essere informati davvero su ciò che li aspetta. In molti casi dopo un solo giorno di lavoro si dimettono, perché capiscono che il carico fisico e lo stress richiesto sono insostenibili. Altri restano, accettano di pur di conservare un posto per necessità o per paura lavorano anche da malati, rinunciano a parlare, subiscono. Spesso non hanno nemmeno il corretto livello contrattuale, o non gli viene applicato il contratto di settore. È dumping, è sfruttamento, è normalizzazione dell’irregolarità.

Per questo venerdì 13 giugno u.s. le Organizzazioni sindacali FP CGIL Roma e Lazio, Uiltrasporti Lazio e Fiadel Lazio hanno proclamato lo sciopero per l’intero turno di lavoro di tutto il personale dell’azienda del lavoratore, la Ambiente Energia e Territorio con presidio a Ciampino – n.d.r.) Per questo, a chi ci ha chiesto se fosse “opportuno” scioperare, abbiamo risposto che no, non era opportuno, era necessario! Era doveroso! Era giusto! Non si può più restare zitti. Non si può più lavorare con la paura di morire. Non si può accettare che la sicurezza venga dopo tutto il resto. Che il lavoro venga sempre dopo. Perché quando un lavoratore muore, non può esistere normalità. E perché uno sciopero, in giorni come questi, non è un capriccio, non è un eccesso. È una dichiarazione di umanità.

E in mezzo a tutto questo dolore, è successa anche una cosa straordinaria. Abbiamo lanciato un appello, semplice e rispettoso. Abbiamo inviato un messaggio che in poche ore è diventato virale ed è apparso in tutte le bacheche dei gruppi di Città chiedendo alle cittadine e ai cittadini dei comuni serviti dall’azienda di non conferire i rifiuti. Di lasciarli dentro, per un giorno solo. Per rispetto. Per solidarietà. Per umanità. La risposta è stata incredibile. Tante le strade vuote. Mastelli chiusi. Abbiamo ricevuto messaggi, strette di mano, silenzi pieni di significato. È stato un gesto collettivo potente, che ha mostrato che la comunità esiste ancora. Che non tutto è indifferenza. Che un lavoratore morto non è solo una notizia. È una ferita. E che qualcuno, stavolta, ha deciso di fermarsi. Di ascoltare. Di riconoscere.

Ora è il momento di cambiare. Servono appalti basati sulla qualità, non sul prezzo. Servono standard minimi obbligatori nei capitolati con organici adeguati, mezzi sicuri, dotazioni complete, operatori in squadra, formazione vera, prevenzione reale. Serve l’applicazione piena del CCNL di Settore, livelli coerenti con le mansioni, spazi di lavoro dignitosi, orari compatibili con la salute. Serve che chi gestisce il servizio venga valutato non per quanto fa risparmiare, ma per come garantisce anche i diritti insieme alla sicurezza e alla qualità del servizio. Serve parlare con la cittadinanza. Serve informare, condividere, educare al rispetto dell’ambiente e di chi lavora. Perché la sostenibilità non è solo tecnica: è sociale, è culturale, è politica. Non c’è città pulita senza lavoro rispettato.Perché non si può parlare di economia circolare, di transizione ecologica, di ambiente, se non si mette al centro prima di tutto il lavoro. Se non si mette al centro la vita. E perché, lo ripetiamo, non c’è città pulita senza lavoro rispettato. E finché non ci sarà rispetto, ci saranno braccia che si fermano, mastelli vuoti e parole che continueranno a essere dette. Anche quando fanno male. Anche quando disturbano. Noi continueremo a lottare contro chi non ha come priorità la sicurezza dei lavoratori!

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