Mercoledì 23 ottobre la Cgil di Roma e Lazio ha presentato i risultati del sondaggio sullo smart working a Roma a cui hanno risposto 14.307 lavoratrici e lavoratori della Capitale in due settimane. Un dato che per la Cgil è segno sia della sensibilità su questo tema, che della volontà di riaprire un dibattito in una fase in cui sempre più aziende spingono per il ritorno al passato.
Quasi la totalità delle persone che hanno risposto, il 98%, svolge mansioni idonee allo smart working e nel 93% dei casi lavora in un ente pubblico o un’azienda privata in cui è previsto il ricorso allo smart working.
Nel dettaglio il 17,2% lavora nella P.A., il 5% nell’istruzione, università e ricerca, il 21,4% nel settore della comunicazione e dell’informazione, 12,9% nei servizi assicurativi e finanziari, il 12,7% nell’industria e manifattura, il 7,3% nei trasporti e magazzinaggio, il 3,2% nel commercio e nel turismo e l’1,1% nelle costruzioni. Il 17% ha risposto di lavorare in altri settori pubblici o privati.
Il 22% di coloro che ha risposto ha fino a 35 anni, il 26% tra i 36 e 45 anni, il 32% tra i 46 e 55 anni ed il 20% oltre i 56 anni. Segno che, anche in rapporto alla modalità di autoselezione del campione del sondaggio, lo smart working non è un tema su cui sono sensibili esclusivamente le nuove generazioni.
Rispetto alla modalità con cui le lavoratrici e i lavoratori partecipanti al sondaggio si recano al lavoro il 68,8% ha dichiarato di dover usare la propria automobile, che sia per raggiungere un punto di interscambio dove prendere un mezzo pubblico che per l’intero tragitto.
Solo il 4% dei partecipanti dichiara di arrivare sul posto di lavoro in meno di 15 minuti, il 15% di arrivare entro mezz’ora, il 21% entro i 45 minuti, il 26% entro un’ora e il 33% oltre un’ora di tempo. Sulla distanza da percorrere il 25% deve fare un tragitto massimo di 10 km, il 31% fino a 20 km, il 16% fino a 30km, l’11% fino a 40 km e il 17% oltre i 40 km.
Il 52% delle lavoratrici e dei lavoratori può lavorare in smart working per due giornate a settimana, nel pubblico questa percentuale scende al 49% e nel privato sale al 53%. La ripartizione della restante quota è speculare: nel pubblico è più concentrata su meno giornate di smart working e nel privato su maggiori giornate di smart working. Ad esempio il 20% dei lavoratori dei settori privati dichiara di avere 3 giorni di smart working, nel pubblico la quota scende all’8%. Di contro se il 28% dei lavoratori pubblici ha un solo giorno di smart working, nel privato tale quota scende all’8%.
Il 92% dei partecipanti chiede di rafforzare lo smart working sul proprio luogo di lavoro, tale percentuale aumenta fino al 95% tra coloro che non hanno neanche una giornata di smart working, mentre diminuisce fino al 67% tra coloro che possono lavorare in smart working anche 5 giornate a settimana.
Ad incidere sulla necessità di rafforzare il ricorso allo smart working sono anche i tempi di percorrenza e la distanza chilometrica, tra coloro che devono percorrere almeno 40 km o impiegare oltre un’ora di tempo il 95% chiede più smart working, mentre tra coloro che devono percorrere meno di 10 km è dell’89% e per coloro che impiegano meno di 15 minuti è dell’81%.
Il 92% dei partecipanti giudica positivamente la propria esperienza in smart working, il 94% dichiara di riuscire a conciliare più facilmente impegni professionali e personali, il 92% di avere un’abitazione adatta al lavoro da remoto, il 78% di sentirsi più motivato, il 79% di essere meno stressato e l’81% di vedersi rispettati i propri orari lavorativi.
Il 56% dichiara di essere disponibile a cambiare posto di lavoro in cambio di più smart sworking, nei settori privati è del 58% e nei settori pubblici del 48%, tra gli under 35 tale percentuale sale al 64%, tra le altre fasce di età la percentuale diminuisce ma è comunque superiore al 50%. Questi sono elementi su cui tanto le amministrazioni pubbliche, che i datori di lavoro privati, dovrebbero tenere molto in considerazione rispetto le scelte sull’organizzazione del lavoro.
Inoltre, il 43% sarebbe disposto a lavorare full remote, nel pubblico tale quota scende al 33% e nel privato sale al 47%. Il 35% dichiara che sul proprio posto di lavoro c’è l’idea che solo chi è presenza effettivamente lavori, nel pubblico tale quota sale al 42% mentre nel privato scende al 33%, segno di una maggiore ritrosia delle amministrazioni pubbliche.
