Il Parlamento Europeo è, prima di tutto, l’unica istituzione di governo dell’Unione Europea eletta democraticamente dai cittadini.

Dalla sua formazione deriverà quale indirizzo politico generale si darà l’intero continente nei prossimi cinque anni: davanti alle grandi sfide globali, si determinerà quale modello economico, sociale e culturale il “Vecchio Continente” deciderà di far prevalere per indirizzare il proprio governo interno e le relazioni con il resto del mondo.

Lo scenario è profondamente impegnativo: le crescenti tensioni internazionali e gli scenari di guerra sempre più diffusi e minacciosi, le perduranti difficoltà economiche e sociali, l’innegabile crisi ambientale, le inarrestabili trasformazioni tecnologiche e digitali, la crisi demografica e le migrazioni massive, i cambiamenti strutturali nel mondo del lavoro e nei modelli produttivi.

Sfide, minacce e però potenzialmente anche opportunità: poste davanti ad un’Europa che – in passato – ha saputo unire i cittadini intorno ai valori più alti di uguaglianza, di libertà, di democrazia, di diritti sociali, civili e umani.

Un’Europa che – ancora oggi – può garantire ai suoi cittadini sviluppo, benessere e progresso soltanto se saprà rafforzare la propria dimensione collettiva, comunitaria, e proporre risposte comuni rispetto ai problemi interni e alle relazioni col resto del mondo. Superando gli interessi contrapposti dei singoli paesi membri e rilanciando una visione unitaria basata sulla solidarietà reciproca e sulla democrazia.

Per questo, il nostro primo appello va alle cittadine e ai cittadini: affinché partecipino, votino, scelgano consapevolmente i propri rappresentanti al prossimo Parlamento Europeo.

Rivolgiamo lo stesso appello alle forze politiche che si candidano a rappresentare gli elettori: è proprio nella rappresentanza la forza della democrazia.

La crescente disaffezione al voto rende tutti più deboli: cittadini, forze politiche ed istituzioni. Che si affrontino i temi concreti che riguardano la vita di milioni e milioni di persone, che si contrappongano proposte concrete e realizzabili, che si coinvolgano i cittadini nel determinare le scelte di cambiamento necessarie al benessere collettivo!

Come recita il Manifesto della Confederazione Europea dei Sindacati: “Chiediamo ai partiti, ai movimenti ed alle lavoratrici e ai lavoratori di respingere la minaccia dell’estrema destra, che afferma falsamente di sostenere le lavoratrici e i lavoratori quando, in realtà, attacca i sindacati e i diritti democratici, smantellando in particolare i diritti umani e delle donne. Occorre rifiutare la collaborazione con le forze di estrema destra nel Parlamento europeo e nelle altre istituzioni europee.”

Negli anni più recenti, davanti alle crisi generate dalla pandemia da Covid-19, le istituzioni europee hanno saputo reagire con intelligenza e lungimiranza.

Sospendendo i rigidi vincoli imposti dal Patto di stabilità ed attuando piani quali NextGenerationEU e Sure, si erano finalmente interrotte le politiche cosiddette di “austerità”, che per anni avevano imperversato sulle scelte economiche e sociali di ogni singolo Stato.

Austerità che ha causato l’aumento delle disuguaglianze, la restrizione dei diritti sociali e del lavoro, l’atrofia degli investimenti pubblici per lo sviluppo economico e per lo stato sociale, la sconsiderata deregolamentazione nel mondo finanziario e nel mercato del lavoro.

Sembrava una ricetta fallimentare appartenente solo al passato. E invece, purtroppo, appare evidente che la scelta fatta ora è quella di tornare a quelle stesse misure.

Anche attraverso la più recente revisione della governance economica, vengono  reintrodotti i vincoli di bilancio più stringenti, quelli che impediscono investimenti per lo sviluppo economico, per la creazione di posti di lavoro, per il rafforzamento della sanità e dell’istruzione pubbliche, per la creazione di misure sociali a sostegno dei cittadini in condizioni di povertà e disagio.

Questo, nonostante anche gli studi realizzati dalla stessa Commissione Europea confermino che proprio nelle aree europee maggiormente colpite da povertà, disoccupazione, precarietà ed esclusione sociale si registrino i consensi più alti alle forze politiche antieuropeiste, nazionaliste, xenofobe, razziste e ispirate comunque alle  peggiori esperienze dell’estrema destra del nostro continente.

Serve un’Europa che torni a considerare il proprio modello sociale – esempio unico e storicamente ispiratore delle conquiste più avanzate in tutto il mondo – come perno centrale delle proprie azioni e dei cambiamenti necessari. Serve un’Europa che realizzi un nuovo modello di sviluppo, armonico ed inclusivo tra le proprie differenti regioni. Serve un’Europa che redistribuisca benessere e ricchezze, garantendo opportunità e dignità a chi studia, a chi lavora, a chi è in pensione.

Serve un’Europa che trovi un ruolo autonomo e definito nelle vicende internazionali, riaffermando la propria capacità di azione diplomatica per ristabilire salde relazioni multilaterali e promuovere la pace come massima realizzazione.

Per questo, la CGIL propone ai cittadini, alle associazioni, alle realtà della società civile, alle realtà imprenditoriali e alle forze politiche che saranno impegnate nella campagna elettorale le proprie riflessioni sull’Europa che vogliamo:

  • L’Europa del lavoro. Il lavoro deve tornare ad essere il cuore dell’agenda europea: proteggendo i posti di lavoro e creando nuova occupazione nei settori strategici; aumentando i salari e le pensioni; combattendo la precarietà; garantendo norme e controlli per la sicurezza sui luoghi di lavoro; programmando formazione permanente per le lavoratrici e i lavoratori; rafforzando la contrattazione collettiva e il dialogo sociale.
  • L’Europa della giustizia. L’economia deve mettere al centro la persona e non l’accumulo di ricchezza in mano a pochi: armonizzando i sistemi fiscali affinché non si creino “paradisi” dentro lo stesso continente; tassando le grandi ricchezze e gli extra-profitti accumulati speculando sulle crisi; istituendo una tassazione sulle grandi fortune che venga gestita dall’Europa stessa per interventi di sviluppo e sostegno sociale; realizzando in ogni Paese gli obiettivi del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali.
  • L’Europa dello sviluppo. L’austerità deve essere archiviata: stabilendo politiche industriali e produttive comuni, permettendo agli Stati di investire in crescita economica, sociale e occupazionale; prevedendo una golden rule che tenga fuori dal pareggio di bilancio gli investimenti rivolti all’occupazione, alla sanità e alla scuola pubbliche; favorendo un’inversione di tendenza sulla situazione demografica e promuovendo politiche a favore del cosiddetto “invecchiamento attivo” della popolazione.
  • L’Europa dell’uguaglianza. I diritti devono essere uguali per tutti: superando il gender pay gap; combattendo ogni forma di discriminazione nella società e nei luoghi di lavoro; costruendo una società sempre più inclusiva che riconosca in ogni Paese le libertà e i diritti civili di tutte e tutti; gestendo il fenomeno migratorio non con egoismi e paure, ma come opportunità di crescita.
  • L’Europa del progresso. Le trasformazioni ecologica e digitale devono diventare opportunità: prevedendo una politica industriale che sostenga il lavoro durante le fasi di riorganizzazione e che favorisca l’utilizzo delle energie rinnovabili; promuovendo la formazione continua; investendo su università e ricerca; rafforzando il ruolo del servizio pubblico come fattore di indirizzo e accompagnamento.
  • L’Europa della democrazia. I cittadini europei devono essere maggiormente coinvolti nei processi di partecipazione democratica: rafforzando il potere del Parlamento Europeo; riformando le Istituzioni comunitarie e i trattati in modo che la democrazia si realizzi come strumento di governo efficace e solidale.
  • L’Europa della pace. Le tensioni e i conflitti globali richiedono un ruolo attivo dell’Europa: promuovendo un percorso diplomatico che coinvolga le grandi realtà mondiali; evitando la corsa dissennata al riarmo; prevedendo come centrale la funzione civile e sociale del proprio sistema di difesa comune da strutturare; ripudiando la guerra come strumento di risoluzione delle controversie tra realtà diverse; affermando un proprio ruolo autonomo nella ricostruzione di relazioni multilaterali.