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Lavoro, Di Cola (Cgil): Lazio regione sempre più precaria

“Il lavoro nel Lazio continua a essere sempre più precario e discontinuo.”, lo afferma il Segretario Generale della Cgil di Roma e Lazio, Natale Di Cola, in una nota. “I dati, – si legge nella nota – che smentiscono la propaganda del Governo, mostrano gli effetti della legge di bilancio dello scorso anno e indicano che la manovra attualmente in discussione non migliorerà in alcun modo la situazione, perché non investe nella creazione di occupazione di qualità né nello sviluppo del Paese.”

“Con queste premesse e con l’esaurirsi della spinta generata dal PNRR e dal Giubileo, – aggiunge Di Cola – il 2026 rischia di essere un anno difficile, con tutti gli indicatori in peggioramento, sia per la qualità sia per la quantità dell’occupazione.”

“I dati delle comunicazioni obbligatorie sulla nuova occupazione devono preoccupare le istituzioni del territorio, che devono fare la propria parte per contrastare la precarietà e favorire, guardando alle nuove generazioni, la creazione di lavoro stabile, sicuro, tutelato e dignitoso. In questo quadro, siamo convinti che il Comune di Roma, dove si concentra circa il 75% delle nuove assunzioni dell’intera Regione Lazio, debba aprire una discussione sul proprio modello di sviluppo, a partire dalla questione salariale, promuovendo una conferenza cittadina sul tema.”, conclude.

Dall’aggiornamento del rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie non arrivano buone notizie per il Lazio e per Roma. I dati, riferiti al triennio 2022-2024, confermano un forte ricorso ai contratti a tempo determinato e di breve durata, con un’intensità nettamente superiore rispetto al resto del Paese. Nel 2024, mentre a livello nazionale le attivazioni risultano sostanzialmente stabili e le cessazioni tendono ad aumentare, nel Lazio diminuiscono entrambe: il numero di contratti passa da 1.970.647 attivati e 1.867.274 cessati (2023) a 1.876.816 attivati e 1.817.532 cessati (2024).

Il saldo occupazionale, pari a +27.510 persone, resta positivo, ma si riduce drasticamente rispetto al 2023, quando era pari a +59.148, e non si traduce in una maggiore stabilità, indica piuttosto un rallentamento del mercato del lavoro.

Prosegue inoltre il calo dei contratti a tempo indeterminato sottoscritti, che scendono dal 18% del 2009 all’8,3% del 2024, e diminuisce anche la platea di persone coinvolte. La composizione contrattuale conferma così un modello sempre più sbilanciato sul lavoro non stabile: nel 2024 il tempo determinato vale 1.197.780 attivazioni, pari a circa il 63,9% del totale, mentre crescono le collaborazioni (126.978, +10,0%) e soprattutto il lavoro intermittente (75.057, +22,5%), segnali di un rafforzamento delle forme più discontinue proprio mentre si riducono i volumi complessivi.

L’elevata incidenza del tempo determinato e delle altre tipologie precarie fa sì che il 78% dei contratti si interrompa alla scadenza naturale; la durata effettiva dei rapporti cessati resta molto corta, perché il 57,4% dei contratti dura meno di 30 giorni e, a livello regionale, il contratto di un solo giorno pesa ancora per il 35,2% delle cessazioni, ben al di sopra della media nazionale del 12,7%.

Questa tipologia continua a essere una piaga soprattutto romana: nella Capitale si concentra il 90% delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti e il 92% dei contratti di un giorno; rispetto al 2023 si registra una lieve diminuzione, dal 49% al 44%, ma lo scostamento resta interno al panorama dei contratti a termine. Sul piano territoriale, nella sola città di Roma si concentra il 73% dei contratti sottoscritti, nell’area metropolitana il 12%, in provincia di Latina l’8%, a Frosinone e Viterbo il 3% e a Rieti l’1%; quanto ai settori, il Lazio resta fortemente concentrato sui servizi.

Nel complesso, la fotografia che emerge è quella di un mercato del lavoro che non migliora né in qualità né in quantità. Il saldo positivo, da solo, non basta come indicatore. Occorre creare occupazione stabile e di qualità, con diritti, tutele e retribuzioni adeguate, e soprattutto un piano di sviluppo e industriale capace sia di rilanciare l’intero territorio regionale, che di ridurre gli squilibri territoriali.

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