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Lavoro, Cgil Lazio: il 46% degli impiegati lavora da casa, aumentano ore ma salari fermi

Nel Lazio il 46 per cento degli impiegati lavora da casa, per tanti è aumentato il carico di ore di lavoro ma non lo stipendio. È questa la fotografia scattata dall’inchiesta sul lavoro promossa dalla Cgil nazionale e condotta dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, in collaborazione con le strutture della Cgil, presentata questa mattina nella sede del sindacato a Roma. “L’indagine conferma tante rilevazioni precedenti, ovvero che i salari sono al palo mentre il lavoro degli operatori continua ad aumentare”, ha affermato il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio, Natale Di Cola. Secondo l’indagine, che è stata svolta raccogliendo circa 30 mila questionari in tutta Italia e 1.296 nel Lazio, nella regione la quota di chi lavora da casa è notevolmente superiore alla media nazionale del 20,8 per cento e interessa quasi la metà dei rispondenti, ovvero il 46,2 per cento.

Il 40,6 per cento dei lavoratori intervistati si ritiene soddisfatto di svolgere lavoro da casa, e c’è un 14,7 per cento di persone che non svolge lavoro agile ma vorrebbe che fosse introdotto. Il 5,7 per cento la scelta è considerata “forzata”, sono lavoratori impiegati da casa anche se non vorrebbero, mentre il 39,1 per cento non è interessato allo smart working, nel senso che non può o non vuole svolgere lavoro agile. “Da parte dei lavoratori – ha aggiunto Di Cola – c’è una grande richiesta a far funzionare quello che è andato bene, ovvero il lavoro agile, che in molti casi ha aiutato a conciliare i tempi di vita e ha reso migliore il lavoro. Notiamo invece che su questo tema ci sono dei passi indietro”.

Parallelamente, dall’inizio della pandemia, per un lavoratore su tre, ovvero il 35,1 per cento, è aumentato il tempo di lavoro, anche se a questo non ha corrisposto un aumento dei salari, che sono aumentati solo per il 14,3 per cento del campione. Per 1 lavoratore su 5, ovvero il 20,3 per cento, il reddito da lavoro è addirittura diminuito, contro un 22,3 per cento a livello nazionale. Per il 65,4 per cento degli intervistati, invece, il reddito è rimasto stabile (67,2 per cento in Italia). “Il lavoro, nonostante la fase di crescita, è povero e sfruttato, e ci sono sacche di illegalità che riguardano i diritti e la sicurezza che vanno combattute e sradicate dal nostro territorio, soprattutto in una fase di grandi investimenti pubblici e nella fase del Giubileo a Roma. Ci aspettiamo che in questa fase di sviluppo e crescita ci sia anche spazio per ridare dignità e tutelare la vita delle persone”, ha concluso Di Cola.

Di contro, il tempo di lavoro è diminuito per l’8 per cento degli intervistati nel Lazio (10,4 per cento in Italia), per il 56,9 per cento è rimasto stabile (61,2 per cento in Italia), e per il 35,1 per cento è aumentato, contro un 28,5 per cento a livello nazionale. A quasi la metà degli intervistati nel Lazio, ovvero il 47,5 per cento, è capitato di svolgere ore di lavoro straordinario non retribuite e non compensate con riposi, contro un 39,6 per cento a livello nazionale. Dai dati emerge infatti che il 52,6 per cento degli intervistati non ha mai svolto straordinari non pagati e compensati con riposi, contro un 60,5 per cento a livello nazionale. Per l’11,3 per cento, invece, è capitato raramente (10 per cento in Italia), per il 16,4 per cento è successo qualche volta (15,2 per cento in Italia), mentre per il 19,8 per cento succede spesso (14,4 per cento in Italia).

“Questa indagine, con un’elaborazione specifica sul Lazio ma che parte dall’inchiesta nazionale, indaga le condizioni di lavoro in tutte le loro sfaccettature. Quello che emerge è una grande sofferenza sui salari”, ha commentato il presidente della Fondazione Di Vittorio, Francesco Sinopoli. “Ce lo aspettavamo – ha aggiunto – perché l’Italia è il Paese che vanta questo triste primato di avere i salari più bassi della media Ocse e dell’Europa. Emergono anche una sofferenza sui tempi e sui carichi di lavoro, una domanda forte di qualificazione del lavoro e di formazione e di investimento sul lavoro e una percezione del rischio tecnologico”

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