Memoria/Il settantesimo anniversario della strage di Portella della Ginestra

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Renato Guttuso, "Portella della Ginestra", 1957

Francesco Renda: “Un Blocco contro il popolo”
Intervista a cura di Giovanni Rispoli 

Settant’anni fa, il Primo maggio del 1947, a Portella della Ginestra, in Sicilia, Salvatore Giuliano e la sua banda spararono sui contadini – e le donne e i bambini – riuniti per la Festa del lavoro, uccidendone undici e ferendone alcune decine.

Collocata tra la vittoria del Blocco del popolo (il fronte delle sinistre) alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile, la rottura dei governi di unità nazionale voluta dalla Dc e l’irrompere della guerra fredda sulla scena internazionale, l’eccidio è considerato oggi come la prima delle stragi di Stato: “Non solo perché funzionari dello Stato di grado elevato sapevano che si preparava e tacquero incoraggiando i mandanti – ha osservato Emanuele Macaluso, all’epoca dei fatti segretario della Cgil di Caltanisetta –, ma anche perché il governo mantenne un comportamento omertoso”.

Per ricordare quel tragico avvenimento riproponiamo qui un’intervista di Giovanni Rispoli a Francesco Renda, pubblicata su Rassegna Sindacale nel numero del Primo maggio 1987 (ripubblicata poi in Portella della Ginestra e il Processo di Viterbo a cura di S. Cruciani, M. P. Del Rossi, M. Claudiani, Roma, Ediesse, 2014). Dirigente sindacale e del Pci, storico della Sicilia e del movimento contadino, docente universitario, Renda (1922-2013) era l’oratore designato per il comizio di Portella

Rassegna Professore, si è detto che lei, quel giorno, doveva tenere il comizio al posto di Girolamo Li Causi e che poi non arrivò per un guasto alla motocicletta.

Renda Sono due notizie sbagliate o perlomeno inesatte. Innanzitutto nessuno pensò mai di chiedere a Li Causi di parlare a Portella. Si decise che nel Primo maggio, in una festa sindacale, i politici non dovessero intervenire. E poi Portella era un luogo periferico, non aveva allora nessun valore. Sì, c’era la tradizione dei Fasci siciliani, di Barbato, ma chi se ne ricordava? Dunque, se un dirigente del prestigio di Li Causi avesse dovuto parlare, l’avrebbe fatto a Palermo, a Catania, a Messina, non in una località di campagna. Del comizio venni incaricato io, alcuni giorni prima, dalla Camera del lavoro di Palermo. Ero allora nella segreteria regionale della Federterra, giovane laureato, pressoché sconosciuto. Non fui molto entusiasta: avrei preferito Agrigento, qualche altro posto, comunque mi convinsero. Questa è la prima precisazione. La seconda è che io arrivai a Portella proprio mentre la sparatoria stava finendo. Con ritardo, quindi, perché forammo una gomma della moto, ma vi arrivai. Poi, lì, mi diedi da fare per i primi soccorsi ai feriti…

Rassegna Facciamo un passo indietro. Voi avevate paura che potesse accadere qualcosa: nei mesi precedenti erano stati uccisi diversi sindacalisti e dirigenti del movimento contadino.

Renda Con questo entriamo già in una valutazione degli avvenimenti di allora, del quadro in cui Portella si inserisce. E qui bisogna fare un discorso diverso da quello tradizionale. In Sicilia si era scatenata mesi prima un’ondata di terrorismo: per essere più precisi, di terrorismo agrario-mafioso.

Rassegna Un terrorismo che ha un carattere, come dire, preventivo? Si scatena infatti ben prima della vittoria del Blocco del popolo, anzi…

Renda Si insiste molto su questo punto; ma la vittoria del Blocco del popolo è solo un episodio. Il tema del conflitto non è solo questo. Per capire bisogna ricordare un fatto preciso: in Sicilia, per un certo periodo, ci fu il governo di unità democratica come in campo nazionale: il governo del Cln, per intenderci. Governo che consentì di conquistare l’autonomia, di redigere lo Statuto. A un certo punto, e con un anno e mezzo di anticipo rispetto a quel che sarebbe avvenuto a Roma, si ruppe l’unità delle forze del Cln, e si ruppe in modo clamoroso intorno a un articolo dello Statuto siciliano che prevedeva la sanzione dello stesso da parte del Luogotenente anziché della Costituente. La Democrazia cristiana si schierò con i separatisti, Pci, Psi e Partito d’azione votarono contro e divennero minoranza. Questa rottura, per me, è all’origine di tutto quello che accadde nei mesi successivi. L’unità delle forze antifasciste aveva consentito di fronteggiare e poi superare il pericolo separatista. Quando questa unità si ruppe si creò un profondo squilibrio politico. Poi ci fu il referendum istituzionale. La Repubblica vinse. Le sinistre chiesero e ottennero che l’Alto commissario, in Sicilia, cioè in una regione in cui, come in tutto il meridione, il voto monarchico era risultato maggioritario, fosse appunto un garante della Repubblica: è su questo che s’innesta la reazione terroristica. Le forze conservatrici, le forze monarchiche non accettarono un intervento esterno che affidava il governo a un uomo, l’avvocato Selvaggi, del Partito repubblicano – peraltro molto amico dei comunisti.

Rassegna Allora lei ritiene che il terrorismo esplose su una questione eminentemente politica.

Renda Non si accettò che la direzione della Regione fosse democratica o addirittura filocomunista. Questo naturalmente significava una regione schierata dalla parte dei contadini, ma il terrorismo agrario-mafioso partì da quel nodo politico. Quindi si ebbe una serie di assassini, tra i quali va ricordato quello di Accursio Miraglia, il 6 gennaio del ’47. Il terrorismo si fece sentire anche durante la campagna elettorale, ma non servì a fermare l’avanzata delle sinistre, che ottennero il successo del 20 aprile – un successo che forse è stato sopravvalutato, perché non modificava le cose. A questo punto il terrorismo si pose il problema della risposta da dare alla vittoria del Blocco del popolo, e quindi venne concepito quell’inaudito attentato che fu Portella della Ginestra. Ma il fenomeno non si esaurì con la strage di Portella perché fino alla vigilia del 18 aprile 1948 si contano ben 47-48 morti. Il terrorismo si attenuò poi dopo il 18 aprile, cominciò a sfilacciarsi e scomparve del tutto dopo il ’55. Nel ’60 non c’è più. Quando riprende negli anni Settanta è un’altra cosa. Quindi Portella della Ginestra è un anello di una catena molto più lunga. Naturalmente l’anello che destò più clamore, suscitò più commozione, che provocò le più grandi reazioni. Ma si trattò di un atto terroristico che faceva parte di un’iniziativa più ampia.

Rassegna Un atto che per alcuni versi resta ancora oscuro…

Renda Per quarant’anni – quarant’anni di vita politica e giudiziaria italiana – ci si è tormentati intorno ai moventi di questo delitto e ai suoi mandanti. E notoriamente la conclusione è stata un nulla di fatto. Tutto questo ha sollevato una serie di problemi: l’“inconoscibilità” della mafia, i misteri ecc. Lo storico, è evidente, non ha il compito di fare luce su ciò che la magistratura non riesce a scoprire, lo storico inquadra…

Rassegnaperò qualche ipotesi può farla.

Renda Aspetti, bisogna fare qualcosa di più che un’ipotesi. La strage di Portella fu un’azione concertata, non una reazione istintiva, belluina. C’era un’intelligenza politica, dietro il fatto; un’intelligenza che poi non si è riusciti a individuare. Che però intendeva perseguire anche un risultato politico. Ho parlato prima di terrorismo agrario-mafioso, di un terrorismo che non accettava una direzione democratica della Regione. Portella della Ginestra avviene in una circostanza ancora più densa di significati: non so se coloro che progettarono il delitto avessero tanta intelligenza da capire che la strage avrebbe avuto un effetto dirompente sulla stessa situazione politica nazionale, ma stando ai fatti, le conclusioni sono leggermente diverse da quelle che di solito vengono tratte. Come reagisce il sistema democratico italiano di fronte all’ondata terroristica degli anni Settanta? Il sistema democratico tiene, e pur nelle distinte funzioni della maggioranza e dell’opposizione le forze politiche si trovano unite. Su Portella della Ginestra, invece, in un momento delicatissimo della vita politica – siamo praticamente alla fine dei governi di unità nazionale –, si verifica una spaccatura profonda. Appena avviene la strage, si formano due schieramenti contrapposti e inconciliabili di forze, che danno una diversa valutazione dell’evento e delle responsabilità. Scelba e la Dc sostengono che è stato il bandito Giuliano e basta, le sinistre e la Cgil dicono che si tratta di un delitto politico. Quindi si produce una divisione profonda; una divisione che rende impossibile nei fatti una utilizzazione politica del voto siciliano del 20 aprile.

Rassegna In che senso?

Renda Il 20 aprile il Blocco del popolo ottiene il 30% dei voti: vince, però non può formare il governo senza l’appoggio della Democrazia cristiana. Ma dopo Portella della Ginestra qualsiasi possibilità di dialogo s’interrompe. Quindi, gli autori del delitto hanno ottenuto il massimo del successo possibile. Ripeto, non so se nella loro strategia ci fosse l’obiettivo di impedire un’ulteriore collaborazione tra le forze popolari. Ma se guardiamo ai fatti, Portella nullificò il significato politico del 20 aprile, lo distrusse. Subito dopo la Dc e le sinistre divennero due schieramenti contrapposti l’un contro l’altro armato. Non solo, non vennero neppure espressi sentimenti di solidarietà. Di solito, in un paese civile, di fronte a episodi di questo genere c’è cordoglio; e invece, in quell’occasione, ci fu un’esplosione di odio. Ancora, otto giorni dopo, in questo clima, cosa che la storiografia e la considerazione politica hanno sottovalutato, De Gasperi rompe l’unità nazionale.

Rassegna Quindi lei ritiene ci sia un rapporto diretto…

Renda Il rapporto è nei fatti. Non ci sono documenti che possano dimostrare un legame. Certo, sappiamo che De Gasperi aveva già in mente la rottura. Però senza Portella probabilmente sarebbe stato più difficile aprire subito la crisi. Questa è la mia interpretazione. Senza di essa restiamo prigionieri di schemi folclorici, di mafiologia corrente: la mafia come mistero siciliano. Se interpretiamo Portella non come mistero ma così come io propongo, allora quel fatto diviene un anello della catena dei fatti di terrorismo del nostro paese. Un episodio come gli altri. Anzi, se vogliamo, un episodio più chiaro di altri: perché se la strage di Bologna appare priva di senso, a Portella si sparava su dei nemici. Questo naturalmente non significa stabilire una continuità tra le vicende di ieri e quelle di oggi, perché il terrorismo agrario-mafioso è un fenomeno periferico e, abbiamo detto, limitato nel tempo. Ma lo storico non può non essere colpito dalle analogie. E se è stata elaborata una metodologia per interpretare il terrorismo, questa non può non valere per interpretare anche i fatti siciliani di ieri e di oggi.

Rassegna Terrorismo agrario-mafioso, diceva. La mafia di allora dunque era un fenomeno eminentemente rurale…

Renda … rurale sì ma era intervenuto un elemento di modificazione importante…

Rassegna Ecco, per capire facciamo di nuovo un passo indietro. Al momento dello sbarco alleato cosa accade? L’interpretazione canonica vuole che gli angloamericani si siano serviti subito della mafia.

Renda C’è tutta una tradizione mafiologica che punta molto sull’effetto. Spesso sono venute fuori interpretazioni fantasiose; sembra che financo le sorti della seconda guerra mondiale siano state decise dalla mafia. Allora un punto nodale è proprio che cosa è successo effettivamente quando gli Alleati arrivano in Sicilia. Punto forte della tradizione mafiologica cui accennavo è il pactum sceleris tra gli Alleati e la mafia. Ebbene, io nego l’esistenza di questo patto. Gli Alleati non sbarcarono in Sicilia con un colpo di mano, quindi non avevano bisogno di aiuti dall’interno. Per invadere l’isola misero in piedi la più grande operazione anfibia della storia, superata l’anno seguente solo dallo sbarco in Normandia.

Rassegna Sì, però lei sa che c’è un’interpretazione più intelligente che non attribuisce certo a un patto scellerato tra mafia e Alleati il successo militare, ma ritiene che il coinvolgimento dei mafiosi sia stato importante dopo, durante l’occupazione, per il controllo sociale dell’isola.

Renda Sì, ma sempre sostenendo l’esistenza di un accordo. Bene, noi non possiamo attenderci dai documenti ufficiali la prova che ci sia stato o meno un patto, io fondo le mie ricostruzioni su fonti inglesi e americane. Allora, prendo innanzitutto in considerazione i rapporti del capo del governo militare alleato, generale Rennell. Nel secondo, dell’agosto del ’43, l’alto ufficiale inglese denuncia come un fatto negativo l’esistenza della mafia in Sicilia. Alcuni mafiosi, dice, guidano i comuni. E aggiunge, particolare importante, che è sua impressione che la mafia sia collegata con i separatisti. Il fatto che la mafia sia presente e interferisca con il governo militare alleato suscita reazione nell’opinione pubblica anglosassone. In un successivo rapporto Rennell è dunque costretto a dare spiegazione del fatto che alla testa di alcune amministrazioni ci siano dei mafiosi. E dice: siamo un esercito invasore, non conosciamo nulla di questo paese, abbiamo insediato le persone che ci venivano suggerite. La spiegazione è più che plausibile. Ma a confermare l’inesistenza del pactum sceleris ci sono due rapporti dei servizi di sicurezza americani. Uno è dell’ottobre del ’43 e uno del gennaio ’44. In quello dell’ottobre l’ufficiale addetto denuncia che tra mafia e separatismo c’è un collegamento organico, che il separatismo è diretto dai latifondisti, insomma fa un esame sociologico del fenomeno. Nel secondo va oltre. Innanzitutto chi scrive il rapporto spiega il perché di questa nota informativa: la situazione si è aggravata a tal punto, dice, che sono necessari provvedimenti da parte del governo militare alleato. La compenetrazione tra mafia ed esercito invasore è arrivata a livelli tali da mettere in forse la sicurezza delle truppe. Quindi fa tre diverse proposte: arrestiamo tutti i capi mafia; facciamo un accordo con la mafia, lasciamo le cose come stanno. In realtà il rapporto non ha seguito perché poi, un mese dopo, la Sicilia torna all’Italia e quindi l’atteggiamento da tenere nei confronti della mafia diventa affare del governo Badoglio. In sintesi, la mia conclusione è che se la mafia ebbe un avallo politico indiretto da parte degli Alleati, non ci fu comunque alcun accordo. Anzi, a un certo punto gli angloamericani ebbero il problema, come i documenti dimostrano, di difendersi dall’inquinamento mafioso. Ma, e questo è il nodo centrale, la mafia subito dopo lo sbarco si collega al separatismo. Per capire bene cosa questo significhi, è necessario innanzitutto dare una definizione della mafia, dire in cosa essa si distingue dalla delinquenza comune. Bene, la mafia è delinquenza organizzata di cui fa parte una frazione della classe dirigente. Gruppi di questa – e sottolineo gruppi – ricorrono alla delinquenza organizzata per raggiungere determinati risultati, economici e politici, con maggiore facilità e costi minori. Ora, l’equazione mafia-politica, che con il fascismo si era interrotta, riprende a funzionare con lo sbarco alleato. Ma non nel senso di un rapporto forte con gli angloamericani; nel senso invece di un rapporto con il separatismo, cioè con la forza politica allora più attiva. Il risultato fu che Lucio Tasca, che era un capo mafia ma anche un capo separatista, fu fatto sindaco di Palermo. L’invasione alleata serve anche a ristabilire il circuito tra mafia siciliana e mafia americana. E questo è certo un elemento di novità. Ma la novità sostanziale è che attraverso la saldatura con il separatismo la mafia diventa direttamente partecipe della vita politica siciliana. Questo è il punto.

Rassegna La mafia, dunque, è in un primo momento separatista. Poi cambia cavallo.

Renda Sì, essendo un fenomeno in cui sono coinvolti gruppi della classe dirigente, man mano che avviene il ricambio, cambia anche il colore politico della mafia. Allo stesso modo, essa segue le trasformazioni strutturali della società siciliana e sposta i suoi affari anche nella penisola – oggi la mafia ha il cuore in Sicilia, ma la testa magari è altrove –. Allora entra nella riforma agraria, poi interviene nel processo di industrializzazione, mette le mani sulla città. Insomma da fenomeno tipicamente rurale diviene un fenomeno urbano. E qui c’è una novità importante, che di solito non viene tenuta presente dalla cultura che vede tutto buio, che ritiene che tutte le vacche siano nere…

Rassegna Apriamo una parentesi. Lei pensa ci sia stata molta indifferenza da parte della cultura nazionale nei confronti del fenomeno mafioso? 

Renda Sì. La grande cultura per lungo tempo non riesce a percepire il pericolo mafioso, ciò che esso rappresenta non solo per la società siciliana ma per quella italiana nella sua interezza. La mafia fino al ’50 – per fissare una data approssimativa – era un fenomeno tipicamente agrario, che interessava il latifondo. Ma il latifondo era la parte più marginale dell’economia italiana. Da qui la tentazione di considerarla un’escrescenza del sottosviluppo e di giudicarla per molti aspetti come folclore. Le cose subiscono una svolta quando la mafia dalla campagna passa alla città. Perché ora è nel cuore del sistema; è a Palermo, e Palermo fa parte del sistema urbano nazionale. A questo punto, anche sotto la spinta di fatti clamorosi, avviene qualcosa che non era stato mai possibile realizzare – la novità di cui prima stavo parlando –: il Parlamento italiano decide di mettere in piedi, siamo nel ’62, una grande inchiesta sulla mafia. E cambia, in questo modo, l’atteggiamento della cultura nazionale, dello Stato, delle forze politiche. L’inchiesta è durata quindici anni, non è stata una cosa facile e il travaglio della Commissione, le difficoltà, le polemiche stanno a significare l’imponenza del compito. Ma con l’Antimafia avviene una svolta decisiva nella coscienza del paese. Chi è giovane non può avere idea di cosa fosse l’opinione pubblica a proposito della mafia prima del ’62.

Rassegna L’indifferenza…

Renda … e la complicità. Non si trattava solo di indifferenza perché in fondo, sotto sotto, il ragionamento era che i mafiosi fossero sì poco raccomandabili, ma tenevano a bada i comunisti, i “sovversivi”, i sindacalisti che non si facevano gli affari loro… No? E poi la si annegava nel folclore: sì, a Corleone si ammazza la gente, ma i siciliani… si sa… Ecco, questo era il senso comune. Invece, quando la mafia tocca il sistema nervoso centrale, muta l’atteggiamento. Perciò dico che quando si parla di Antimafia come “occasione mancata” non si coglie nel giusto. In realtà il Parlamento italiano non aveva il compito di distruggere la mafia; il Parlamento è un organo legislativo! Il suo compito era un’indagine conoscitiva possibilmente definitoria. Ed è un compito che sia pure con grande difficoltà e in uno spazio di tempo purtroppo lungo esso ha assolto. Gli atti della Commissione rappresentano l’archivio conoscitivo più imponente sul fenomeno mafioso. In fondo quello che si dice al maxiprocesso di Palermo è negli atti parlamentari. Quei nomi sono tutti lì dentro, compresi i politici. Certo, non sono stati messi sotto processo, ma non era questo il compito dell’Antimafia. E aggiungo che la relazione di maggioranza, che non fu votata dal Pci, è un’ottima relazione. Il Partito comunista fece un errore a distinguersi; si lasciò trascinare da esigenze polemiche, perché non vedeva dentro quel rapporto, in modo esplicito, alcuni nomi della grande politica mafiosa siciliana. Però la definizione di che cosa sia la mafia nella relazione di maggioranza c’è. La connivenza tra mafia e Democrazia cristiana nella relazione di maggioranza c’è. E da questo scaturisce una grande svolta: nella coscienza pubblica e sul piano istituzionale.

Rassegna Professore, ma il suo giudizio non è un po’ troppo ottimistico?

Renda Non si tratta di essere ottimisti o pessimisti. Quando parlo di svolta non mi riferisco al fatto che la mafia perde terreno: parlo di cultura, di forze politiche, di Stato. Parlo di un mutamento nello spirito pubblico, di una svolta di ordine etico-politico. Questa nuova consapevolezza è intervenuta per effetto di molti fattori. Ma senza dubbio il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta è stato decisivo perché con esso la pericolosità del fenomeno è entrata nella coscienza di tutto il paese.

28 aprile 2017

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