Repubblica Roma/Aziende in fuga, l’allarme della Cgil: “esuberi mascherati”

II sindacato: “Nuovi licenziamenti collettivi”. Solo il 20% dei dipendenti accetta di trasferirsi

Chi alimenta lo spauracchio della fuga da Roma? Chi guadagna dalla smobilitazione di pezzi di industria e servizi che prendono la via di Milano? Ma soprattutto cosa c’è dietro la decisione di grandi aziende e multinazionali di chiudere le loro sedi nella capitale?
La risposta è drammatica perché trasforma l’apparente fuga verso un mercato più efficiente in uno stratagemma, un sistema ormai diffuso che nasconde la finalità primaria di queste operazioni: licenziare personale.

Il primo dato che aiuta a comporre il puzzle arriva dalla Cgil secondo la quale nelle ultime crisi di aziende che hanno delocalizzato a Milano solo il 20% del personale ha accettato il trasferimento. Il resto si è accontentato di una magra buonuscita e ha lasciato il lavoro.

Per trovare altre prove è necessario però unire il filo della storia industriale degli ultimi anni, partendo almeno dal 2015 quando la Ibm ha annunciato la prima smobilitazione verso Milano di un reparto amministrativo dove lavoravano 270 persone. Quel percorso, che si è concluso solo negli ultimi mesi, aggiunge una verità importante con i suoi numeri: al termine della trattativa solo 80 persone si sono trasferite a Milano, 190 sono uscite dall’azienda accentandolo “scivolo” promesso.

Nella trattativa Sky, che ha scritto le pagine della cronaca economica degli ultimi mesi, le cose non sono andate troppo diversamente. Lo spostamento nel capoluogo lombardo avrebbe dovuto coinvolgere 151 persone, tra tecnici e amministrativi, ma rispetto al totale ben 94 persone hanno preferito lasciare l’azienda per non abbandonare la capitale.

Ci troviamo di fronte a un fenomeno di licenziamenti mascherati — attacca Michele Azzola, segretario generale della Cgil di Roma e Lazio — e i numeri lo dimostrano. La maggior parte delle persone coinvolte accettano pochi soldi perché non possono lasciare la loro casa e questo le aziende lo sanno bene. Le grandi imprese così come le multinazionali conoscono benissimo lo stato familiare dei loro dipendenti. Sanno quanti figli hanno, il lavoro dei partner, e riescono a calcolare al millesimo i vincoli economici che li legano alla città. In questo modo possiamo oggi dire che lo spostamento delle sedi può diventare un processo di licenziamento cesoiato, calcolato al dettaglio“.

Il sindacato assicura che anche le storie degli ultimi giorni concorreranno a chiudere il cerchio di una prassi che sembra destinata a ripetersi. Molti dei 50 giornalisti e 90 tecnici coinvolti dallo spostamento della sede di Mediaset sarebbero intenzionati ad accettare le proposte economiche dell’azienda pur di non lasciare Roma. A loro si aggiungono oggi anche i 76 lavoratori di Consodata ai quali è stato annunciato un trasferimento lampo che dovrebbe concludersi entro il 17 luglio. Ïl caso Consodata è significativo perché la società, controllata dal gruppo ItaliaOnline ex-Seat Pagine Gialle, si occupa in realtà di direct marketing, mailing, raccolta dati, e lavora principalmente online senza un bisogno logistico di una sede fisica.

“La situazione è grave — prosegue il segretario generale della Cgil di Roma — e non c’è un solo soggetto che può risolverla. Da parte nostra abbiamo apprezzato il tentativo della Regione Lazio di mettere un argine, ma questo non è sufficiente. Ci vuole un’azione condivisa di comune, regione e governo per frenare questo esodo, anche perché i rischi si stanno verificando anche su settori chiave come il farmaceutico dove Milano sta incentivando la nascita di un polo di ricerca e sviluppo”.

Da qui l’annuncio che anche alcuni grossi gruppi farmaceutici come la Sigma Alfa stanno per lasciare la capitale. Con un effetto a cascata sull’economia romana e il rischio di una fuga interpretata da tanti come l’alibi migliore per nascondere una nuova ondata di licenziamenti di massa.

Daniele Autieri

5 giugno 2017