Da Almaviva a Trony e Sky: fuga di aziende dalla Capitale

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L’accusa del sindacato
Azzola: “Il lavoro lascia la Capitale e il Comune resta in silenzio”
(Repubblica Roma, 14 aprile 2017)

L’EMORRAGIA di lavoratori che sta colpendo tante grandi aziende romane assume sempre più il profilo di un piano inclinato che punta dritto su Milano, svuotando — se ce ne fosse ancora bisogno — la capitale della sua capacità di attrarre lavoro. Il caso di Sky, pronta a dirottare nel capoluogo lombardo 300 dipendenti dalla sede della Salaria, è l’ultima spia accesa sull’assenza dell’istituzione Comune. A lanciare l’allarme è oggi il segretario generale della Cgil di Roma e Lazio, Michele Azzola, che nel confronto tra le due città ribadisce: «A Roma non c’è una sola partita che veda il coinvolgimento del Campidoglio in una cabina di regia condivisa con regione e governo. Tutto l’opposto di quanto accade a Milano. La conseguenza è che una volta saltato il tappo, in tanti si mettano a seguire la strada che porta al Nord».

Oltre a Sky, l’idea di fare le valige e abbandonare la capitale è presa in considerazione tanto in Mediaset quanto nella Rai, dove da tempo si parla di un possibile spostamento della sede del tg di Rai Due a Milano. Fonti sindacali confermano che un’ipotesi del genere, per alcune business unit, è stata discussa anche all’interno dell’Eni, mentre il grande esodo può considerarsi ormai concluso per una buona fetta del settore ricerca e sviluppo del polo farmaceutico laziale, emigrato in massa in Lombardia.

Così, mentre anche i tassisti voltano le spalle alla sindaca e, nonostante il sostegno alla categoria ribadito in piazza dalla Raggi, annunciano per il 3 maggio una manifestazione in Campidoglio contro l’inerzia del Comune, il tessuto produttivo più spesso — quello legato ai servizi — perde pezzi uno dopo l’altro. I due più grossi operatori di call center della città hanno lasciato per strada quasi duemila persone (1.666 Almaviva e 150 Gepin), i 120 dipendenti di Trony si sono scoperti da un giorno all’altro senza lavoro, la Videocon, storica società dell’elettronica, non riesce a uscire da una crisi ormai pluriennale, mentre tutto il settore farmaceutico sta cambiando pelle, trasformandosi in un polo esclusivamente produttivo (senza la componente della ricerca) e quindi ancora più esposto al rischio delocalizzazione.

Su tutto pende la scure, più affilata delle altre, che riguarda la vertenza Alitalia per la quale ancora ieri si sono incontrati al ministero dello Sviluppo Economico i vertici aziendali con i sindacati e i rappresentanti del governo. La crisi della compagnia aerea ha un doppio effetto sull’economia della capitale: il primo lavorativo perché dei 2.000 posti a rischio la maggioranza insiste proprio su Roma; il secondo turistico, perché il vettore nazionale garantisce di per sé un flusso di viaggiatori extra che, in caso contrario, raggiungerebbe l’Europa passando per altre destinazioni, come Parigi, Francoforte e Londra. Questo confinerebbe ancora di più Roma nel ruolo di cittadina di provincia, da visitare per un paio di giorni, prendendo un volo low cost in partenza dalle altre capitali europee. Un problema che l’amministrazione capitolina sembra ignorare, vista l’assenza dai tavoli di contrattazione e l’incapacità di elaborare un progetto di sviluppo intorno ai grandi driver economici della città, dal turismo ai servizi, fino all’edilizia.

La politica degli annunci, condita con qualche incursione in piazza in difesa di una categoria piuttosto che di un’altra, non basta per nascondere la realtà. I dati Inps denunciano nel Lazio 12mila cessazioni di contratti a tempo indeterminato solo nel mese di gennaio, a fronte di un aumento dei voucher, passati in un anno da 874mila a 918mila. A questo si aggiungono i 30mila cassintegrati e una disoccupazione giovanile oltre il livello di guardia (31,5%). Tutti sintomi di una malattia grave, che in troppi finora sembrano aver preso alla leggera.

Daniele Autieri

14 aprile 2017

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